Casa SF

CCF17012018.jpg
IMG_3529a.jpg
001.jpg
concept.jpg
IMG_3570a.jpg
con alberi 2.jpg
con alberi e piscina.jpg
IMG_3566a.jpg
IMG_3619a.jpg
GIARDINO 3 001.jpg
GIARDINO 1 001.jpg
IMG_3549a.jpg
IMG_3556a.jpg
IMG_3528b.jpg
IMG_3521b.jpg
004.jpg
IMG_3532a.jpg
IMG_3533b.jpg
IMG_3541a.jpg
IMG_3615aa.jpg
GIARDINO 3 002.jpg
IMG_3604a.jpg
IMG_3593a.jpg
c.jpg

Tradate

Lettera alla Commissione.

Ho letto e riletto il Vostro parere, ma la mia difficoltà rimane quella di comprendere in che modo il processo progettuale da me attuato non sia da Voi considerato unitario.

Ritengo che l'unico linguaggio dell'architettura sia lo spazio; non le facciate, non i colori, non i materiali, ecc, o quantomeno non se considerati singolarmente. Tutto serve e concorre a definire uno spazio; un edificio senza la definizione dello spazio, anche se ben composto rimane monco. Anche se si usano volumi accattivanti, materiali eleganti, senza una storia da raccontare o un' idea da esprimere, o un significato da

comunicare uno spazio rimane privo di connotazione.

Il percorso progettuale intrapreso ritengo sia unitario, intendendo come unitario la manipolazione dello spazio per l'uomo, e cerca di comprendere tutti gli elementi che concorrono alla definizione del progetto. Certo l'imperfezione non mi manca.

 

Mi piace e mi interesso di tutto ciò che “ha a che fare con gli dei primitivi e le loro implacabili richieste. Con l'inghiottire pietre e foglie e restituirle come mare al cielo. Con lo scegliere il bene o il male, e con l'inevitabile pathos dell'errore” (con la certezza dell'errore). “Con il vuoto delle caverne e l'inaccessibilità del sole. Con il rifiuto dell'astrazione e l'incanto del lirico. Ed anche con i dilemmi del tempo nostro.” John Hejduk, Domus n° 60 – 1988.

Trovo che queste occasioni debbano essere momenti di rielaborazione dei concetti, non vale la pena di perdere tempo, se pur quantitativamente ed immensamente minore per una risposta in stile “lettera ufficiale”.

Spesso però per esprimere i mie pensieri uso ironia, paragoni, e riferimenti di altro genere rispetto all'architettura, tutte cose che possono portare ad incomprensione, me ne scuso in anticipo.

Esercizi di stile. Certo si potrebbe fare lo stesso esperimento di Raymond Queneaù, e ci si potrebbe anche divertire a trovare inaspettatamente cose interessantissime. Immagino le infinite variazioni di una casa, la sequenza ordinata in una tavola dei vari tentativi, il lavoro di catalogazione e di ordinazione dei modelli e le annotazioni riguardo le differenze di ogni uno rispetto agli altri; un'opera già di per se interessantissima.

In parte questo processo è anche stato fatto, ed ha portato alle tavole di progetto; infatti sono sprovvisto della sicurezza del contadino descritta da Loos; "Perché," -si chiede Loos- tutti gli architetti, buoni o cattivi, se costruiscono, finiscono per deturpare il lago? ... Perché all'architetto fa difetto la sicurezza del contadino che possiede invece una sua civiltà".

Quindi si prova e si riprova, ed il cestino della carta si riempie rapidamente; alcune cose si ritrovano, ma solo perché si è disordinati o smemorati.

Certo fare 99 variazioni di stile, come ha fatto Queneaù con l'architettura, è difficile e lo è altrettanto sviscerare tutte le figure retoriche dei diversi generi architettonici.

Poi, forse la casa che si può edificare in quel luogo è una sola, come purtroppo i clienti disposti a costruirla e forse lo spazio non è fatto di prove ordinate, quelle forse occupano spazio, ma non sono spazio.

A parziale prova dei tentativi operati porto di seguito alcuni fogli, schizzi iniziali e un piccolo plastico di studio, in una fase già avanzata del progetto.

Li porto in maniera funzionale, perché mi è sembrato di percepire dal nostro incontro che mi chiedevate di muovermi in tal senso.

Due tentativi che, sebbene ancora prematuri, andavano credo in alcune direzioni da voi auspicate, ovvero verso la figura retorica dell'eccezione nell'unità (il primo): la serra, ovvero il vuoto assieme al pieno sotto un'unica copertura.

La figura retorica opposta: la differenza solo materica della serra (per il secondo).

Sono consapevole del fatto che ci potrebbe essere anche un altro gruppo di figure retoriche, che evidenzierebbero la serra bioclimatica con una differente inclinazione della falda, ma questo gruppo è stato immediatamente scartato per ragioni di complicazioni linguistiche, strutturali, e tecnologiche, che non avrebbero peraltro aggiunto nulla allo spazio.

Quanto sono care queste semplificazioni in generi a noi architetti, a me sono utilissime. Qualcuno può dire che la capacità dell'architetto sta proprio nel tradurre in realtà il modellino in miniatura.

In questo modo però viene a cadere spesso, anzi sempre, un altro concetto retorico a noi architetti molto caro: quello di forma – funzione; il concetto di macchina per abitare, è stato tradito ritengo dall'opera del suo stesso creatore. Ritengo che i sedicenti funzionalisti, che sono susseguiti, in realtà non lo siano stati affatto perché hanno perseguito anche loro modelli astratti che poco e nulla rispondono alle vere esigenze della gente, mentre autentici funzionalisti erano spesso gli espressionisti e gli organici che credevano che per ogni uomo ci dovesse essere uno spazio su misura, allargando il concetto di misura d'uomo non soltanto alla dimensione abitativa, ma anche a quella espressiva e semantica.

Un punto cardine della discussione sta proprio in questo. Non mi è per nulla chiaro per quale motivo si debba dichiarare l'eccezionalità della serra bio-climatica attraverso una differente copertura o un differente uso dei materiali; altrettanto poco comprensibile è la relazione che questo può avere con la percezione dello lo spazio e con la vita che si conduce al suo interno.

Mi spiego meglio, in realtà mi è comprensibile se tradotto in generi e figure retoriche che di solito usiamo noi architetti, ma non è di per se una ragione forte per giustificare una scelta di questo genere, anzi è debolissima, va nella direzione di un affermazione di autorialità priva di un reale contenuto e difficilmente spiegabile a chi, se pur con una buona cultura, non sia architetto.

Credo che le vostre perplessità possano essere presumibilmente quindi solo di tipo formale, dico questo perché non credo che abbiate conoscenza dei miei clienti e delle loro esigenze, che non sono solo funzionali, ma anche espressive e semantiche.

Il mio tentativo infatti è stato altro.

Per spiegarlo prendo un esempio celebre Wittgenstein, che non è stato propriamente architetto, anzi non lo è stato per niente, ma si è cimentato anche nella progettazione, tanto che la sua opera: la casa per la sorella in Kundmanngasse a Vienna, rimane un enigma, che è stato amplificato da aneddoti e dalla importanza della figura stessa del pensatore. La logica di quella casa è per me quella del perfetto servitore, forse è per questo che a noi risulta tanto poco comprensibile. Ovvero sembra essere una casa la cui architettura si annulla per ospitare i mobili della sorella, la vita della sorella.

Se leggete una frase di solito state bene attenti a comprenderne il significato, la grammatica passa in secondo piano. Così è per la casa di Kundmanngasse, si è forse troppo attenti a tentare di comprendere il significato di una maniacale precisione, quando il progettista è stato attento in modo schizzofrenico alla grammatica ed a lasciare spazio al racconto di chi abiterà la casa.

Il problema che si poneva Loos è stato risolto, non ricercando una forzata (in)naturalità cercando di diventare contadino, bensì con un servizio impeccabile, talmente tale da non essere notato.

Sono perfettamente consapevole di essere molto lontano dall'essere impeccabile (come già più volte ricordato), ciò nonostante ritengo che il mio tentativo vada in questa direzione; l'architetto non sempre deve fare la casa per se stesso, occorre accettare che i clienti abbiano esigenze differenti, e non si può nemmeno cercare clienti che abbiano gli stessi gusti del progettista o talmente lobotomizzati da accettare qualsiasi decisione presa dall'architetto.

I miei clienti provengono da contesti del tutto simili a quello della futura costruzione e ricercano uno spazio assolutamente analogo, anche dal punto di linguistico.

Quello che ho ritenuto giusto fare è una rielaborazione del linguaggio proponendo una correttezza generativa. A queste esigenze però ho cercato di dare una interpretazione del luogo e della connessione degli spazi.

Il taglio dell'edificio è simile spero, lo è almeno nelle mie intenzioni, a quello delle opere di Gordon Matta Clark: un taglio inaspettato nell'edificio, che descrive non, o non solo possibili storie famigliari, bensì come uno strumento di percezione e amplificazione del lirico nel paesaggio circostante (ritorno alla citazione iniziale di Hejduk), simile quindi più all'opera “Day's End” a NYC dove il taglio nella parete dell'edificio industriale permette la scoperta della luce e del fiume.

Il progetto prevede la realizzazione di un ambiente con una prospettiva inversa che tende ad includere la radura del giardino e ha come conclusione un faggio secolare del giardino retrostante.

La sorpresa si ha dall'ingresso con uno spazio che include la zona giorno la zona notte il giardino e l'ingresso e cerca una sintesi. La copertura è funzionale a cogliere la prospettiva verso il giardino, a far defluire l'acqua piovana, ad avere un'altezza utile nello spazio soppalcato, a ottenere uno spazio a doppia altezza nei pressi della vetrata, lo spazio è pensato per avere una differenza di pressione e ottenere una ventilazione naturale, inoltre la falda consente il posizionamento di pannelli fotovoltaici.

Il distinguere il volume della serra bioclimatica con il solo materiale non aggiunge o toglie niente allo “Stimmung” dello spazio e tradirebbe la logica del progetto.

L'utilizzo del termine “ Stimmung” non vuole essere casuale, è una citazione nella citazione, infatti è riferito a Christian Norberg-Schulz in Genius Loci, che cita a sua volta Heidegger, usato per sottintendere il carattere del luogo, la traduzione più appropriata e più affascinante è però quella di Wassily Kandinsky: “… lo Stimmung è la sublimità che rende un’opera unica”, potrebbe essere tradotto in italiano come un moto dell'anima.

Non mi dilungo oltre, probabilmente in merito a questo aspetto, ovvero l'interpretazione del luogo trovare punti di contatto tra il mio progetto e ciò che pensa la commissione è più semplice.

 

Cordialmente

 

arch. Paolo Carlesso

project team

Paolo Carlesso

Project Director

Matti Virtanen

photographer

Francesco Covelli

architect assistant

Gabriele Sartorelli

assistant