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  • Paolo Carlesso

I felici incontri nel giardino di casa


La chiesa di San Michele alla palude di Ljubljana.

Questo racconto sula chiesa di San Michele di Plecink è il proseguo di quello su casa Zacherl, almeno nel mio personale collegamento mentale. So bene che in mezzo c'è molta parte della vita dell'architetto, c'è Praga e il suo castello ci sono altre chiese, ci sono innumerevoli esperienze, ma la storia della costruzione di questa chiesa già da sola merita di essere raccontata, e la mia relazione tra i due edifici vuole solo evidenziare la medesima raffinatezza nella progettazione in condizioni estremamente distanti.

Il progetto della costruzione di una chiesa viene commissionato a Plecnik dal suo vicino di casa padre Finzgard nel 1922. Già con il primo progetto Plecnik decise di orientare la sala della chiesa parallela alla strada e con l'altare sul lato lungo. la soluzione era inconsueta ma garantiva una maggiore illuminazione, peraltro quella era un‘idea che aveva già cercato invano di realizzare per un progetto di una chiesa in Vienna nel 1906. l'idea della costruzione però attese sino al 1935 quando padre Fingard andò in pensione, Plecnik riprese in mano il progetto, ma purtroppo l'anno successivo il padre morì e donò per la costruzione della chiesa un lascito, che deludeva in parte le aspettative, era infatti inferiore a quello che ci si aspettava. .Plecnik ebbe quindi immediatamente a che fare con le questioni finanziere per la costruzione dell'opera, con il problema di costruire con materiali poco costosi o con quelli che aveva a disposizione.


La fabbrica ricevette la donazione di legname ed un ulteriore donazione di pietra proveniente da una cava non distante; pietra che poteva essere trasportata in cantiere facilmente per mezzo di una barca.

Poi a complicare ulteriormente le cose vi erano anche le questioni burocratiche l'approvazione del progetto avrebbe dovuto darla l'autorità competente di Belgrado e la cosa avrebbe richiesto tempi molto lunghi.

Pertanto si escogitò di dichiarare quella costruzione come temporanea, e con l'avvallo del presidente della commissione edilizia comunale il progetto poté prendere avvio.


Un ulteriore problema fu il luogo che alla fine si scelse per la costruzione, ovvero un terreno acquitrinoso con il relativo problema per la realizzazione di fondazioni che dovevano reggere il carico di un edificio a due piani.

Nonostante queste numerose difficoltà, Plecnik sembrava essere entusiasta nel progettare questo edificio, lo si capisce in primo luogo da alcune lettere inviate ad amici in cui parla proprio delle fondazioni e del metodo veneziano di migliorare la portanza del terreno conficcando pali in legno.

Questo entusiasmo per la costruzione di questa chiesa non lo abbandonerà, tanto che in questo progetto impegnerà parte delle sue risorse finanziarie e parte anche di quelle del fratello.

Plecnik non rinuncia alla sua idea, tutte le difficoltà sopra elencate fanno si che debba escogitare dettagli diversi, sicuramente economici, ed in un certo qual modo fanno apprezzare ancora di più la costruzione. Le difficoltà impreziosiscono l'edificio e fanno in modo che abbia ancora più fascino, certo non distolgono Plecnik dalla sua idea iniziale di una semplice aula luminosa con l'altare sul lato lungo e l'ingresso attraverso la torre campanaria. Non accetta compromessi in merito all'idea spaziale che aveva conservato sin dal 1906, perché infondo l'intento della ricerca di Plecnik è quella di arrivare ad indagare lo spirito cristiano delle origini.

Ecco allora che costruisce le fondamenta conficcando pali di legno per migliorarne la portata, utilizza solo per gli angoli la pietra donatagli e, visto che le maestranze realizzano una muratura, a sua avviso, troppo regolare e squadrata, rispetto alla sua idea di un muro "ciclopico" alterna la pietra al mattone.


Alleggerisce la torre campanaria con una serie di aperture ad arco e la rende molto meno spessa rispetto a quanto aveva pensato, realizza la scala a sbalzo verso l'esterno. La torre campanaria diventa un campanile a vela, come nelle antiche chiese povere affacciate sull'Adriatico.

Costruisce le colonne con umili tubi in prefabbricato di cemento, gli stessi che si usavano per le condotte fognarie, i “ profani”. Tutto ciò per diminuire drasticamente i costi e per diminuire il peso che invece avrebbero avuto delle colonne piene, questi elementi vengono infine fatti decorare con pitture Semplici che riprendono decorazioni paleocristiane.


Utilizza tutto il legno che gli viene donato alleggerendo la struttura, il tetto viene sorretto da esili pilastri in legno, anch'essi decorati. Il tutto arriva ad assomigliare nell'immaginario dell’autore a quello che poteva essere l'interno di un tempio dell'antica Grecia.

Non mi soffermerò sui riferimenti proporzionali e numerologici degli elementi della costruzione, che vi sono e sono senza dubbio voluti.

Deve inoltre risparmiare anche sulla copertura scegliendo un tetto in semplici tegole di cemento, e alla fine disegna l'arredo sacro necessario per le funzioni, anzi, in un primo periodo si riutilizzano delle vecchie panche per le prime funzioni religiose.

Si conclude nel 1937 la costruzione di un progetto che Plecnik aveva in mente da 31 anni di cui 15 di impegno più o meno assiduo. Si dovrebbe in qualche modo riflette sui tempi di realizzazione delle costruzioni ed il loro rapporto con la vita.

In conclusione la domanda è questa: sono forse i dettagli di questa chiesa meno preziosi e raffinati di quelli di casa Zacherl? Penso di no, anzi probabilmente vi è un'attenzione ancora maggiore e la volontà di esibirli il meno possibile, c’è una padronanza tecnica che supera ogni avversita. In questo progetto è tangibile quanto affermava rispetto al lavoro dell'architetto: “la buona arte è sempre il prodotto di una società moralmente solida, ma poiché possiamo ereditare sia il buono che il cattivo, dovremmo pensare a come forgiamo la nostra vita e cosa lasciamo in eredità alle generazioni a venire."

Penso sinceramente che in cuor suo Plecnik abbia pensato di lasciare in eredità la costruzione di questa chiesa alla comunità di Ljubljana, un po' come si lascia in eredità un orto ben coltivato e si sia sentito realizzato nel farlo.

Joze Plecnik di Damjan Prevolsek, Electa, 1992, 2005 (da cui sono state tratte parte delle immagini, altre da Divisare, e da siti turistici della città di Ljubljana)

Plecnik's Ljubljana di Peter Krecic, Cankarjeva zalozba, 1991

Joze Plecnik. Progetti e città di Alberto Ferlenga e Sergio Polano, Electa, 1990

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