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  • Paolo Carlesso

L'eleganza nella decadenza

Aggiornamento: 20 mag 2020


In questo periodo mi ritrovo a pensare all'esperienza professionale di Joze Plecnik a Vienna, ovvero nel luogo e nel momento in cui si avvertivano tutti i segni della caduta dell'impero, mi colpiscono le analogie di quel Tempo con la “decadenza” odierna. Per Plecnik c'è comunque stato un dopo, e un dopo ancora, ci sono stati momenti storici critici, ciò nonostante ha proseguito la sua vita professionale, credo in modo felice.

Plecnik nacque a Ljubljana nel 1872 da dei genitori non ricchi, Ljubljana era allora una piccola città dell'impero austroungarico; il padre di Joze faceva mobili, la famiglia era composta da altri due fratelli; il padre mori quando Joze era ancora giovane. Joze aveva una certa abilità in quello che all'epoca si chiamavano le arti applicate ragion per cui ebbe la possibilità di studiare all'accademia di Vienna.

Quando approdò nella capitale dell'impero era un giovane estremamente insicuro delle sue capacità, soprattutto per ciò che riguardava lo studio dell'architettura, e probabilmente anche per le sue umili origini. Si rese conto che non possedeva le conoscenze necessarie per affrontare non solo la professione ma anche gli studi. All'epoca lo studio dell'architettura prevedeva delle conoscenze approfondite sulla tecnologia dei materiali da costruzione, sul calcolo delle strutture, sullo studio dei processi produttivi; un architetto doveva essere in grado di padroneggiare tutte queste materie tecniche oltre ad avere necessariamente una formazione umanistica e una attenta conoscenza della storia dell'arte e dell'architettura.

Lasciò gli studi ed ebbe la fortuna di entrare come disegnatore nello studio di Otto Wagner, il quale lo incoraggio e lo indusse a riprendere l'accademia e terminarla, non solo con lode, ma anche con un premio accademico che ogni anno veniva assegnato ad un solo studente particolarmente meritevole. In quella giuria c'era Adolf Loos. Con quella borsa di studio ebbe modo di visitare l'Italia e ne fu affascinato, poi la Spagna, arrivo a Parigi e dovette interrompere il suo tour per la morte della madre.

Plecnik nacque nell'impero austro ungarico anche se all'epoca già in decadenza, ma con il bisogno di celebrare la propria ormai passata grandezza, a Vienna nello studio Wagner ebbe modo di lavorare per costruire gli edifici della capitale, visse poi il caotico periodo interbellico tra la Jugoslavia e Praga e terminò vivendo il periodo della dittatura socialista di Tito; attraverso le due guerre mondiali e la dissoluzione dell'impero. Non si può certo dire che gli eventi storici abbiano giocato favorendo la sua carriera come architetto. Credo che la scelta di spostarsi sempre più ai margini dell'impero sia stata volontaria e in un certo qual modo anche felice.




Ljubljana è colma di sue opere, tra le quali si può visitare anche quella che fu la sua casa studio. Interpretava la sua professione come un monaco, non si sposò mai e il suo studio circolare assomiglia ad un abside ligneo di una chiesa o ad una cella ovale per un monaco. Quest'abside è tutt'ora rivolto verso il giardino e lateralmente guarda la chiesa di San Giovanni Battista. La prima volta che la visitai fui subito affascinato da una grande arnia per api posizionata nella posizione ideale del giardino, ovvero sotto gli unici alberi, fu allora che ebbi modo di notare che vi era un disegno preciso dei quello spazio aperto, sebbene all'epoca non fosse perfettamente curato. Vi erano dei cordoli di cemento, anzi dei tubi di cemento che delimitavano i vialetti, altri elementi poveri di cemento prefabbricato erano utilizzati per raccogliere l'acqua piovana, il muro di cinta aveva alla sommità delle specie di tegoli sempre costituiti da tubi in cemento tagliati a metà e utilizzati come dei coppi. Infine vi era la serra, e altre parti della casa al cui interno, oltre le piante c'era una specie di collezione, o meglio un campionario di elementi costruttivi. Capitelli, pietre oggetti di culto accatastanti in modo apparentemente senza una logica, ma che lasciavano trasparire una intima correlazione nel loro stare. Evidentemente in quel piccolo mondo, che si estendeva dalla casa alla vicina chiesa, Plecnik aveva trovato la sua dimensione naturale, la sua pace.

“la buona arte è sempre il prodotto di una società moralmente solida, ma poiché possiamo ereditare sia il buono che il cattivo, dovremmo pensare a come forgiamo la nostra vita e cosa lasciamo in eredità alle generazioni a venire." è una citazione di Plecnik che prende spunto da delle riflessioni sugli scritti di Raskin, credo che questa più di ogni altra frase possa riassumere il senso della ricerca di Plecnik.



Casa Zacherl 1903-1905

Zacherl era un industriale nel ramo dei pesticidi e possedeva degli immobili nel centro di Vienna, per i piani di allargamento delle strade si rese necessario abbattere degli immobili e ricostruirli, per destinarli come in precedenza all'affitto dei piani bassi come locali commerciali e i piani superiori avrebbero dovuto esserci camere da affittare a famiglie o dipendenti.

Per la realizzazione del progetto fu indetto un concorso interno allo studio Wagner, vinse Plecnik con delle scelte tecniche innovative. Il problema era quello di poter costruire un edificio, che sebbene fosse destinato a creare profitto, fosse esteticamente “celebrativo della potenza economica della capitale, e del proprietario, ma costasse poco (secondo chiaramente i parametri del tempo).

Una delle innovazioni fu già attuata nella scelta della struttura portante, ovvero la realizzazione di una struttura fu realizzata in calcestruzzo armato per i primi due piani dell'edificio, così come i primi solai. Certo questa scelta per noi oggi non è così originale, ma all'epoca della costruzione lo fu.

L'aspetto sicuramente più interessante è la realizzazione della facciata, per la quale si volle usare la pietra, ma anziché utilizzare dei blocchi vennero scelte delle lastre sottili di rivestimento in pietra e fu studiato un sistema di ancoraggio tramite tasselli metallici con borchie.

L'eleganza nella decadenza del periodo sta proprio in questo, ovvero l'invenzione di un sistema che diventa elemento architettonico estremamente elegante ed espressivo, con il fine di contenere i costi di esecuzione.

La necessità era quella di una definizione finissima di ogni singolo dettaglio, anche se tutto ciò aveva come premessa quella del contenimento dei costi.

Le borchie metalliche non dovevano vedersi, come non si doveva dichiarare che l'edificio fosse stato rivestito con sottili lastre di pietra, o meglio solo l'occhio esperto si chiede come possa essere stato possibile, gli altri restano impressionati dalla sola coerenza espressiva.

Si realizzano quegli elementi a toro che altro non sono che dei coprigiunto, il quale scandisce ritmicamente la facciata, fino a scandire anche la partizione delle finestre.

La soluzione curva del corpo di fabbrica era dovuta alla necessità di raccordare l'angolo ottuso del lotto, ma proprio in quel punto si fa notare la particolare attenzione nelle soluzioni di dettaglio. Al termine del rivestimento vi è un elemento orizzontale convesso che fa da negativo al toro coprigiunto e quell'elemento finisce con un piccolo labbro metallico, probabilmente in rame che funge da gocciolatoio e termina il rivestimento. Dalla sagoma di quel labbro fuoriesce di soli pochi centimetri il bow-window curvo dei piani superiori, quanto basta per dichiarare la propria convessità ed entrare in sintonia ritmica con i coprigiunti della facciata.

Il coronamento è un impetuoso vortice di scaglie di pietra sorretto da degli “omenoni”, forse un allegoria per ritrarre quell'inizio di secolo. Nonostante questi elementi scultori l'edificio ancora oggi appare con un linguaggio estremamente moderno e attuale.

E' probabile che quel sistema di fissaggio delle lastre di pietra e la creazione del coprigiunto a toro sia stato desunto dalle soluzioni “tradizionali” di rivestimento ligneo di interni, purtroppo non posso essere nemmeno certo che questo sia stato il primo caso di rivestimento in lastre di pietra a basso spessore; infondo non è questo il punto centrale, lo è invece il controllo di tutte le conoscenze e i mezzi espressivi.

Testi consultati sono:

Joze Plecnik di Damjan Prevolsek, Electa, 1992, 2005 (da cui sono state tratte le immagini)

Plecnik's Ljubljana di Peter Krecic, Cankarjeva zalozba, 1991

Joze Plecnik. Progetti e città di Alberto Ferlenga e Sergio Polano, Electa, 1990









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